Burocrazie che come cortine di ferro si ergono intorno a noi con la falsa e illusoria pretesa di proteggerci, affrancarci dai rischi quotidiani, dai rischi della contaminazione, dai pericoli dell’equivoco. Tracciando, così, solchi invalicabili, muri di gomma contro i quali lo schianto rimane sordo ma irresolubile, ed il varco inimmaginabile, inesistente. Tutti chiusi nelle nostre paure, nelle ansie democratiche dei nostri Stati occidentali, merlettati, zuccherati, patinati, sicuri, curati, coccolati dai simulacri di quelle istituzioni poste a garanzie della nostra sicurezza personale. Ed intanto ci allontaniamo dalla salvaguardia della nostra stessa libertà di essere liberi. Saremmo liberi dagli altri, dai nemici, dai rischi, dall’inquinamento, dalle guerre, ma non dall’obbligo di essere liberi.
E questi parapetti, questi finti e ridicoli paracadute ci precipitano senza appiglio in una condizione di anonimato solipsistico in cui faremmo meglio a non tramare relazioni, a non mettere radici, perché queste possono essere estirpate in qualunque momento, per qualunque nuova e attuale motivazione politica che, alla fine, garantisca la sicurezza pubblica di noi tutti. E l’importante comunque, per mantenere lo status quo, il trionfo e il dominio delle lobby, la tranquillità delle élite globali, è che si indirizzi l’attenzione di tutti i cittadini occidentali verso l’ansia e la domanda di sicurezza, in modo tale che le risposte al problema possano apparire ferme e decise, nonostante il prezzo sia proprio l’autodeterminazione e la fame di comunità della gente stessa.
Così burocrazie, uffici immigrazioni, green cards, permessi di soggiorno divengono la manifestazione concreta e palpabile di uno Stato che con una pacca sulla spalla di ogni evoluto e moderno cittadino, gli assicura che sta svolgendo il suo lavoro di protezione. E con lo stesso movimento, al contempo si scrolla di tutte le responsabilità che a questa protezione, invero, andrebbero ricondotte: lo stato sociale, la sicurezza lavorativa, l’assistenza sanitarie e la realizzazione di una vera comunità fondata sulla concreta possibilità di una fiducia reciproca.
La sola cosa che conta è concentrare e incarnare ogni tipo di problematica sociale in un unico capro espiatore facile da “pulire”, facile da “eliminare”, facile da identificare: il nemico, l’altro, l’estraneo. Lo straniero è il male, ruba lavoro, porta malattie e se io Stato saprò mostrarvi come debello questo male allora potrete fidarvi di me, demandatemi le vostre intenzioni e io saprò agire al meglio … con decentramento produttivo, delocalizzazione, privatizzazione, riciclaggio sporco, deregolamentazione, dandovi in pasto agli interessi del dio Privato che seguirà sempre il meglio, il maggior vantaggio per abbandonare le precedenti conquiste appena spogliate del loro valore di scambio.
E così tenetevi tutti all’erta, tutti sempre sulla cresta dell’onda. Chi si ferma è perduto, chi non corre non arriva, chi si radica fallisce. Lo spostamento, il disinteresse, il distacco e l’apatia risultano essere le carte vincenti, i precetti del manager che divengono i segreti per tutti … o almeno per tutti coloro che non vogliano essere depennati dalla lista dei piacevoli, dei simpatici, dei socievoli … perché la socievolezza significa non affidarsi a nessuno, prendere parte al gioco ma non cedere mai a tentazioni confidenziali, perché la confidenza coinvolge, il coinvolgimento arresta, e oggi si corre inseguendo perennemente la propria coda.




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