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The Chronicles of Pino a parole mie Guest Star Post C'è posta per Pino Estratti dal diario di Piero The Profiler (Visti da Pino) dispensa

mercoledì 11 novembre 2009

The visitors - di Valeria Susini

Burocrazie che come cortine di ferro si ergono intorno a noi con la falsa e illusoria pretesa di proteggerci, affrancarci dai rischi quotidiani, dai rischi della contaminazione, dai pericoli dell’equivoco. Tracciando, così, solchi invalicabili, muri di gomma contro i quali lo schianto rimane sordo ma irresolubile, ed il varco inimmaginabile, inesistente. Tutti chiusi nelle nostre paure, nelle ansie democratiche dei nostri Stati occidentali, merlettati, zuccherati, patinati, sicuri, curati, coccolati dai simulacri di quelle istituzioni poste a garanzie della nostra sicurezza personale. Ed intanto ci allontaniamo dalla salvaguardia della nostra stessa libertà di essere liberi. Saremmo liberi dagli altri, dai nemici, dai rischi, dall’inquinamento, dalle guerre, ma non dall’obbligo di essere liberi.

E questi parapetti, questi finti e ridicoli paracadute ci precipitano senza appiglio in una condizione di anonimato solipsistico in cui faremmo meglio a non tramare relazioni, a non mettere radici, perché queste possono essere estirpate in qualunque momento, per qualunque nuova e attuale motivazione politica che, alla fine, garantisca la sicurezza pubblica di noi tutti. E l’importante comunque, per mantenere lo status quo, il trionfo e il dominio delle lobby, la tranquillità delle élite globali, è che si indirizzi l’attenzione di tutti i cittadini occidentali verso l’ansia e la domanda di sicurezza, in modo tale che le risposte al problema possano apparire ferme e decise, nonostante il prezzo sia proprio l’autodeterminazione e la fame di comunità della gente stessa.

Così burocrazie, uffici immigrazioni, green cards, permessi di soggiorno divengono la manifestazione concreta e palpabile di uno Stato che con una pacca sulla spalla di ogni evoluto e moderno cittadino, gli assicura che sta svolgendo il suo lavoro di protezione. E con lo stesso movimento, al contempo si scrolla di tutte le responsabilità che a questa protezione, invero, andrebbero ricondotte: lo stato sociale, la sicurezza lavorativa, l’assistenza sanitarie e la realizzazione di una vera comunità fondata sulla concreta possibilità di una fiducia reciproca.

La sola cosa che conta è concentrare e incarnare ogni tipo di problematica sociale in un unico capro espiatore facile da “pulire”, facile da “eliminare”, facile da identificare: il nemico, l’altro, l’estraneo. Lo straniero è il male, ruba lavoro, porta malattie e se io Stato saprò mostrarvi come debello questo male allora potrete fidarvi di me, demandatemi le vostre intenzioni e io saprò agire al meglio … con decentramento produttivo, delocalizzazione, privatizzazione, riciclaggio sporco, deregolamentazione, dandovi in pasto agli interessi del dio Privato che seguirà sempre il meglio, il maggior vantaggio per abbandonare le precedenti conquiste appena spogliate del loro valore di scambio.

E così tenetevi tutti all’erta, tutti sempre sulla cresta dell’onda. Chi si ferma è perduto, chi non corre non arriva, chi si radica fallisce. Lo spostamento, il disinteresse, il distacco e l’apatia risultano essere le carte vincenti, i precetti del manager che divengono i segreti per tutti … o almeno per tutti coloro che non vogliano essere depennati dalla lista dei piacevoli, dei simpatici, dei socievoli … perché la socievolezza significa non affidarsi a nessuno, prendere parte al gioco ma non cedere mai a tentazioni confidenziali, perché la confidenza coinvolge, il coinvolgimento arresta, e oggi si corre inseguendo perennemente la propria coda.

sabato 17 ottobre 2009

Madri - di Valeria Susini


Oggi il mio pensiero va a quelle madri che generano figli come surrogato di tutti i fallimenti cui sperano di rimediare mediante proiezioni e manipolazioni perverse nei confronti di quel povero nascituro sin d'ora deputato ad essere marionetta in un deserto di relitti escrementizi.

Penso a quelle madri antropofagiche, ingorde, bramose, che divorano i figli sin dal grembo materno; che mettono al mondo per il proprio bisogno, per i propri desideri, per le proprie aspettative. Quelle madri in cui l'altro non esiste, tantomeno il figlio.

Quelle madri che considerano proprietà privata i figli, a maggior ragione il loro futuro.

Penso a quelle madri divorate da una voragine dipanante, da un vuoto aggressivo e progressivo che spinge a cercare all'esterno tappi che ostruiscano temporaneamente quel vuoto. Quelle madri che usano i figli come otturazioni vacillanti delle proprie nauseabonde falle.

Quelle madri che scongiurano, consciamente o inconsciamente, ogni tipo di riuscita futura, ogni progetto positivo per il futuro del figlio, poiché quel futuro rappresenta indipendenza e quindi tradimento di quel patto viscerale di morte comune che avevano tacitamente ordito sin dalla sua nascita.

Penso a quelle madri che procreano perché nessuno, all'infuori di un figlio, può accollarsi di scontare le sue pene, le sue angustie, le fobie per una vita che crolla loro intorno.

Penso a quelle madri che consapevolmente o meno, decretano il fallimento dei figli ogni qual volta questi tentino di allontanarsi da loro, di rinunciare al pactum sceleris che li legherebbe indissolubilmente.

Penso a quelle madri dallo sguardo torbido, mellifluo e camaleontico, che nascondono peccati troppo macabri per essere rivelati, ma che serpeggiano costantemente nel loro morboso attaccamento verso i figli.

Penso a quelle madri che si assumono a cuor leggero la responsabilità immane di crescere figli maschi di cui immediatamente ed indissolubilmente si appropriano del fallo, evirando irrimediabilmente l'uomo in potenza che è in essi. Quel fallo mentale di cui non hanno mai disposto e che rubano ed evirano per evadere ogni possibilità che un giorno quel fallo recida il cordone ombelicale incancrenito che li lega ancora.

Sono quelle madri che prolungano volutamente quel periodo dell'infanzia, che altro non dovrebbe essere che propedeutico alla crescita, in un limbo amorfo che argini il pericolo della "fuga" e che tamponando la crescita e la maturazione permettono di mettere su dei perfetti uomini o donne insulsi, inani, eviscerati: individui depauperati di ogni affaccio su un futuro indipendente.

Penso a quelle madri che professano indefessamente la loro devozione ai figli, il loro essere madri e donne provette, e che invero sconoscono l'essere femminile in ogni suo minimo dettaglio. Perché la “femmina” per eccellenza ama e profonde il proprio amore in ogni cosa la attorni, generando vita e prosperità, non sofferenza e deprivazione, come loro invece fanno troppo spesso.

Una professione d'amore sospettosa, affettata, inverosimile. Coincidenza vuole che tutte le donne e madri che sbandierano la loro devozione al focolare familiare siano le più contestate, le meno stimate, le meno rispettate, le più allontanate dai figli.

Penso a quelle madri che mettono al mondo suppellettili, da imbellettare ed esporre e di cui, in vero, disinteressarsi.

Penso a quelle madri, purtroppo numerose, che sono incapaci di provare gioia per la felicità dei figli, per i loro momenti di contentezza che non le coinvolgano, distanti da esse. Quelle madri che provano dolore a non essere coinvolte nelle vicende positive di figli.. non comprendendo che la sola felicità dei figli dovrebbe appagarle come acqua cristallina in un deserto prosciugato. E se poi per caso prendessero parte a quei momenti gai, li vizierebbero con la loro lugubre presenza, pronta a sospirare e veicolare un senso somatico silenzioso ma molto eloquente.

Penso a quelle madri che accorrono accorate ad un incidente di percorso dei figli, aduna loro caduta, ad un loro fallimento, per cui avranno sempre parole di incoraggiamento, parole di sostegno materno, ma che tuttavia mancheranno inspiegabilmente nei momenti belli, gioiosi, di condivisione empatica del successo.

Perché?Perché loro no sono nati per eccellere, per riuscire, ma solo per far compagnia al loro rovinoso deperire, al loro ridicolo arrampicarsi sugli specchi solamente per finire in una fanghiglia di immoralità, impiccate dalle loro stesse volgari astuzie.Penso a quelle madri che, in vero, sono madri di morte.

giovedì 15 ottobre 2009

Flash Forward - ma che ne sai te d'er futuro


Dicono che sarà il nuovo Lost. Che nelle intenzioni dei suoi padri dovrebbe raccoglierne l’eredità.

Comincia tutto con un incidente, su scala mondiale, ma quando J. Fiennes si sveglia dal blackout la scena somiglia molto all’incipit di Lost con Jack che apre gli occhi (l’occhio) e si precipita ad aiutare la gente. Certo, il dottor Shepard ne aiuta molti di più sull’isola… Poi c’è la moglie dell’agente FBI Mark Benford (Joseph Fiennes), la stessa attrice che in Lost interpreta la fidanzata di Desmond, ossia Penelope (Sonya Walger). C’è un afroamericano, un coreano, qualche americano e una bambina che sa qualcosa di più rispetto agli altri (come il figlioletto di Michel, che a un certo punto l’isola e la serie esiliano). Invece dei flashback, qui ci sono i flashforward, ma ora che ci penso nella quarta serie di Lost i primi sono stati sostituiti dai secondi. Ci sono un fottio di personaggi principali, e tutti quelli che muoiono in ogni puntata uccisi dal “mistero di turno” (le classiche uniformi rosse di Star Trek, e non a caso Brannon Braga è produttore di entrambe le serie). In Lost c’era un orso polare su un’isola tropicale, qui invece un canguro a Los Angeles (ma questo potrebbe essere fuggito da un qualche mezzo di trasporto per animali da zoo, e mi vengono in mente La Tigre e la Neve ma anche Madagascar e Jumanji. Non proprio a proposito debbo essere sincero). Ma la coincidenza più figa è che Flash Forward è tratto da un romanzo dello scrittore canadese scrittore canadese Robert J. … Sawyer. L’ho letto nei titoli di coda, ed è stata un’epifania. Certo, somiglia un po’ anche a Heroes, alla prima stagione almeno, in cui Hiro cerca di impedire il futuro cercando di ricollegare gli eventi (ricomporre il “mosaico”) che hanno scatenato gli eventi che ha visto nel suo viaggio temporale. Con tanto di foto e ritagli di giornale e appunti e filo rosso. Però forse gli autori di Heroes avevano letto Sawyer. Quando la piccola Charlie poi incontra i militari in posto di blocco sulla strada non ho potuto fare a meno di rievocare Caravan, l’attuale miniserie a fumetti di Casa Bonelli, dove delle strane nuvole elettriche nascondono per pochissimo tempo una cittadina americana e subito dopo arriva l’esercito che li scorta per 12 lunghi numeri verso non si sa dove. E lontano non si sa da cosa. Ah: il mosaico da riempire assomiglia anche al muro su cui Michel Scofield ha pianificato la fuga, sua e del fratello, dal carcere di massima sicurezza Fox River (Prison Break). E poi chissà quant’altra roba ora non mi viene in mente o non ho nemmeno notato.

Insomma, oramai è tutto derivativo: siamo in pieno postmodernismo (ammesso che esista). Però questa cazzo di serie è una figata pazzesca.

sabato 26 settembre 2009

hole in the soul

Depressione. Per via della pesantezza. Che fa un buco nel tessuto dell’esistenza. E nella terra. Tutte le responsabilità del mondo. L’opprimente senso di disperazione. L’aria pesante, tutt’intorno. E il dolore. La paura. L’oscurità, che sembra il muro di cemento armato in cui si è stati murati vivi. Deprimere l’universo, curvarlo, trapassarlo da parte a parte della realtà. Depressione come soffocamento. I polmoni invasi dall’anidride carbonica, saturi di veleno, pesanti – anche loro – ed eternamente agonizzanti. Sprofondare nella propria incompiutezza, nella insopportabile solitudine della consapevolezza di sé. Appesantirsi, sempre di più, fino a raggiungere il centro: della terra, del buio, della follia.Depressione.

martedì 22 settembre 2009

alla rovescia - le cose come stanno

Basta stronzate. Non sono le certezze, la lealtà, la fedeltà le fondamenta su cui edificare un amore. Anzi, finisca pure questa usanza di chiamare il sesso con questa parola ipocrita e logora. Le ragazze non vogliono sicurezza, ma cazzi. I ragazzi non vogliono sogni, ma fiche. Se poi da cosa nasce cosa va bene, affaracci altrui, ma qui e ora ci si deve riorganizzare. L’amore è repellente, le carezze fanno bene solo se seguono o precedono il sesso, devozione e sincerità sono parole vuote, lerce e sono parole antiche che non significano più niente. Quindi basta, si metta fine a quest’abitudine di usare le buone per subire le cattive, di corteggiare per scopare e di voler bene per esser voluti male. E le avesse dette dante queste cose, invece di farsi le pippe mentali, a quest’ora ci si laureerebbe a 20 anni. È il sesso che muove il sole e le altre stelle.

venerdì 18 settembre 2009

i ricordi di chi

Quando due persone si lasciano che fine debbono fare i ricordi? Sono ancora nostri? O miei e suoi separatamente. E diversamente. Come le foto: posso tenerne ancora una sulla scrivania o devo liberarmene? Quel bacio è stato immortalato: ma come può essere un bacio immortale se l’amore che ne rappresentava non lo è stato. Che devo farne dei miei ricordi? Li metto via, uno ad uno, negli scatoloni del cambio di stagione. Oppure li faccio miei, epurandoli del suo contributo, rendendoli così ricordi nuovi. Prendo la foto, quindi, e la divido in due parti, seguendo il contorno delle sue labbra e delle mie. Ne tengo un solo frammento. Ma quale posso tenere?

domenica 13 settembre 2009

di' la tua



Sarebbe bello avere tutti le palle di scrivere nell’intestazione di messenger o negli stati di facebook un pensiero proprio, anche una cazzata, pure scritta male – tanto, si sa, solo gli scassapalle guardano il dito di chi gli indica la luna. Certo, la “è” senza accento non si può vedere. Però, davanti a un concetto stupendo, un pensiero meraviglioso, una epifania mozzafiato… chissenefrega di quante “g” vanno nella parola “ciliegia”. E invece stiamo tutti qua a leggere frasi altrui, scopiazzate cento volte, che ci arrivano dopo mille passaggi e copiaincolla. Snaturate, confuse, fraintese. Una volta un amico mio ha scritto: “martedì di martedati”. Come un lunedì da leoni ma con il martello in mano. O forse martellate (martedati, in dialetto calabrese) in testa, e quindi la sua era l’esternazione di un disagio. Sono comunque sicuro che fosse sua, quella frase. Ecco, sarebbe bello che tutti noi si avesse l’ardire di dire la nostra, per una volta, e mai più quella degli altri. Come disse una volta Paperino.